L’altro pomeriggio, insieme ad un’amica che si occupa di questioni di genere, si parlava di quelle trappole in cui l’aiuto allo sviluppo (in che senso sviluppo?) rischia di inciampare quotidianamente. Non si parla soltanto di aspetti tecnici ma anche di stereotipi e di come un volontario neofita si pone nel contesto in cui si trova ad operare. Come gli altri articoli scritti questo non vuole essere un insegnamento ma ha lo scopo di mettere in guardia tutti quelli che, come noi, decidono di cimentarsi in progetti piccoli o grandi in un contesto difficile e molto diverso dal nostro, nella cultura, storia, tradizione e bisogni. Un errore apparentemente piccolo può facilmente compromettere tutto il proposito e l’obiettivo finale del progetto. L’origine è spesso da ricercare nella tendenza a sostituirsi al beneficiario del progetto, un’immedesimazione naturale che ci spinge ad agire. Ma è giusto immedesimarsi? E’ un buon punto di partenza? Spesso i risultati ci insegnano di no. Prima di progettare è necessario conoscere dove si va, non solo sulla cartina geografica ma anche cosa è accaduto in quel luogo 10, 20, 30 anni prima, cercare di capire la cultura, la geografia, la situazione politica, gli aspetti antropologici, che possono cambiare molto da Paese a Paese, da Regione a Regione e anche da Villaggio a Villaggio. Si tratta di veri e propri microcosmi dotati di regole, consuetudini, gusti, occhi diversi e quindi anche bisogni diversi. Precipitarsi nell’aiutare, senza conoscere e capire, con la pretesa di aiutare senza chiedersi CHI vogliamo aiutare. Un esempio eloquente è il classico pozzo d’acqua. In quanti troverebbero un aspetto negativo in questa opera? Pensandoci anche attentamente è difficile trovarne uno, perché poi “cercare il pelo nell’uovo”? Di sicuro le donne farebbero molta meno fatica per procurarsi l’acqua. Pensa se dal centro di Bologna dovessi incamminarmi fino sui colli per riempire 10 bottiglie d’acqua ogni santo giorno… Ancora una volta proietteremmo il nostro contesto in un altro contesto che come un trapianto rischierebbe il rigetto. Non è possibile fare riferimenti a persone o organizzazioni, anche perché non sarebbe corretto fare di tutta l’erba un fascio, ma vorrei condividere un caso molto chiaro su cosa sto cercando di raccontarvi. In un villaggio in un Paese dell’Africa Sub-sahariana un gruppo di donne rifiutò, o meglio non utilizzò, il pozzo costruito accanto le proprie abitazioni suscitando probabilmente lo sgomento di persone che tanto ci avevano creduto e che probabilmente avevano organizzato cene o altre iniziative di raccolta fondi. Continuate a non trovare una risposta?? Tranquilli, anche io non riuscivo a trovarla ma poi mi è stato spiegato che in quel determinato villaggio, con quella determinata consuetudine, il “momento” in cui nutriti gruppi di donne si incamminano per procurare acqua alle proprie famiglie è un importantissimo spazio di socializzazione, scambio di idee, racconti, confronto e aggregazione. Un momento che le donne hanno per loro, solo per loro e si tratta di un momento cruciale in cui vengono prese decisioni condivise in un contesto sociale in cui si sa, la donna è il motore primario. Rompendo questo tipo di consuetudini si rischia di compromettere i circuiti e gli equilibri consolidati e tramandati da generazione in generazione che strutturano le regole di comportamento e di vita, facendone vere e proprie leggi di convivenza, come una sorta di sofisticato dispositivo di compensazione sociale. Il rischio è di manomettere quel mattoncino che farebbe crollare tutta la struttura. Esistono più modelli di sviluppo e personalmente credo che lo sviluppo nasca dal contesto e non il contrario, per questo non credo esista un unico ed inequivocabile modello di sviluppo esportabile. Riprendendo una pagina già scritta in questo blog: vorremmo cercare di partire da “interventi piccoli, realizzabili, concreti, sostenibili, ripetibili dal vicino di capanna, e ancora dal vicino dopo, dall’agricoltore al professore fino all’apicoltore e l’infermiere. Uno sviluppo virale che parte dal basso deve essere l’obiettivo, il motore del cambiamento. Si parte dalle capanne, o attorno a un fuoco, ancora una volta si parte dalla gente, con la gente, dai loro racconti e dai loro bisogni quotidiani”.
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