Per questo viaggio partiremo con un sacco di attrezzatura per fotografare, riprendere, registrare. Ci serve per ricordare, ci serve per essere sicuri di riproporre un’immagine che necessiterebbe di milioni di parole per essere descritta, ci serve per raccontare. Raccontare con le immagini ci regala quella dimensione in più che fa la differenza nell’incontro tra due realtà così diverse e così simili nella voglia di scambio e dialogo, che è una prerogativa umana e non uno sforzo.
Chi è già stato in queste zone sa che fotografare non è facile. Non è facile perché, restando solo 18 giorni, non riusciamo ad entrare nella quotidianità, le immagini che ci si propongono sono tante e il filtri tra occhi, mente, cuore e indice, pronto a schiacciare il bottone della macchina fotografica, vanno in “sovraccarico di emozioni”. Vanno in sovraccarico a tal punto che si rischia di fotografare qualsiasi cosa ci capiti sotto il naso o immagini non così tanto rappresentative o addirittura familiari, come un dettaglio identico a quello che abbiamo in Italia sotto casa: “cavolo me l’ha regalato la zia ed eccolo di nuovo qui, nel cuore dell’Africa!”, Made in China.
Non è facile fotografare da queste parti soprattutto perché è facile che venga meno il rispetto alle emozioni altrui, per chi vive nel luogo che stiamo fotografando. A me è capitato in Marocco e in Uganda qualche anno fa. Non parlo di quei falsi luoghi comuni che si sentono sul fatto che “credono che gli rubi l’anima”. La questione è più seria.
Se qualcuno non accetta di essere fotografato è perché se fotografiamo la povertà senza cautela e rispetto, questa non vuole essere fotografata. Come se qualcuno entrasse in ospedale a fotografare un nostro caro allettato.
Abbiamo a che fare con persone, non con piante. E la macchina fotografica non è così invisibile come crediamo.
In ogni caso tranquilli! Con il giusto rispetto sapremo come riportarvi a casa un plico di foto!

E’ vero, quando fotografo io respiro la fatica dell’uomo, i suoi ritmi, le sue angosce. Ma vivaddio, anche le sue speranze“. (Sebastião Salgado)