Al Centro di accoglienza per richiedenti asilo “Zaccarelli” di Bologna si ha la netta sensazione che senza prendere alcun aereo sia il mondo a venire da te. Una superficie di poco più di 100 metri quadrati ospita decine di persone provenienti da continenti diversi: le culture variano da città a città, da villaggio a villaggio dell’Africa occidentale, fino ai territori orientali del Pakistan Orientale e del Kashmir.
Talmente tante diversità concentrate in un luogo così piccolo che a volte si ha la sensazione che tutto sia complice di questa ricchezza: anche gli oggetti, le stanze, i muri, le porte aperte, i telefoni sempre “in call” che collegano Via del Lazzaretto con case lontane, molto lontane. In questo concentrato culturale risuonano lingue diverse, autentiche, diverse cadenze, esclamazioni, gestualità. Gli attimi in cui qualcuno si affaccia sfuggevolmente nell’ufficio con un pezzo di carta strappato dall’angolo di un cartello appeso fuori e una biro per appuntarsi un nome, un numero di telefono, un indirizzo in chissà quale lingua, di chissà quale villaggio con chissà quale storia.
Basta fare due metri per entrare nella piccola mensa, una padella è lì sopra il fornellino che cuoce a fuoco lento. Come il telefono, il fornellino ci collega a territori lontani, uno strumento che per poco tempo ricrea le condizioni di ogni ragazzo per ricostruire il proprio ambiente, ancora una volta con i propri odori, gusti e cultura in un luogo che in ogni parte del mondo significa raccolta, confronto, condivisione, riposo: la cucina. Dopo qualche mese in un Centro di Accoglienza è facile riconoscere da quale parte del mondo provengono le mani di chi sta cucinando servendosi solamente dell’olfatto: l’odore persistente di spezie o l’odore di burro d’arachidi?
Uscendo, qualche metro più lontano si trova un corridoio in cui i ragazzi si ritrovano per pregare. C’è chi la preghiera la canta, chi la recita a voce alta, chi la sussurra, la bisbiglia, chi la recita a mente, tutti rispettano quei quattro metri di corridoio che non è un semplice corridoio. Durante tutte le ore del giorno (e della notte) si sente la musica provenire non solo da tutti gli angoli del Centro Zaccarelli ma ancora una volta da tutti gli angoli del mondo, la musica pakistana è facilmente riconoscibile ma con un po’ di esperienza e attenzione si può riconoscere e distinguere la musica nigeriana o ivoriana da quella guineana che tanto piace ai senegalesi.
Ogni aspetto, momento, relazione o sguardo contiene una varietà e ricchezza di colori, gusti, culture, religioni, suoni, affetti, scelte, odori che ci danno l’impagabileLogo Zaccarelli opportunità di affacciarci al mondo, vivendo le diversità, per quanto ci è possibile, senza limitarci a sentirne solamente parlare. Al Centro Zaccarelli si ha la sensazione di essere cittadini del mondo.
Da questo concetto, insieme al giovane Taufic abbiamo realizzato questo logo, semplice ma denso di significato, che ha dato il titolo alla rivista: Le diversità sono la nostra casa.

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